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Sonno, quel dolce dovere

FONTE: REPUBBLICA.IT

ESTATE - Il sonno. Ce lo proponiamo tutti, avendo la nostra cultura identificato nel sonno la forma più alta di riposo. Ma proprio in questo proponimento si nasconde quell' insidia sottile capace di trasformare i piaceri in doveri, quasi che il senso del dovere, che per un anno ha costituito l' impalcatura della nostra personalità, d' estate dovesse in qualche modo essere soddisfatto da piccoli doveri, diversi per contenuto, ma non per cogenza. Si deve allora fare le passeggiate, prendere il sole, mangiare fino a ora tarda con gli amici, concedersi qualcosa di più, addirittura fare l' amore. Si deve ammazzare il tempo, ingannare le ore, proporsi di leggere qualche libro tralasciato, ma non più che proporselo. Si deve parlare un po' con i bambini, giocare con loro, fingere di compiacersi dei loro progressi di crescita che avvengono comunque anche senza di noi. Ma soprattutto si deve dormire per riposare. Senza ben sapere come si fa, con quelle insidie che il riposo nasconde quando deve difendersi dalla noia nascosta dietro ogni ora vuota e dall' ansia che prende quando non si sa se ci si riposa abbastanza. E COSI' proprio d' estate, proprio nel tempo apparentemente caratterizzato dall' assenza di ritmi prestabiliti, incarichiamo il sonno di non interrompere la nostra consuetudine con il senso del dovere che ci ha accompagnato per tutto il corso dell' anno, ma qui potremmo dire anche per tutto il corso di una vita se è vero che, appena uscito da quell' antro in cui la vita si abbozzava a sua insaputa, il primo dovere che il bambino impara è quello di dormire. Ne eravamo ignari, ma appena nati ci hanno insegnato a dormire, perché quando un bambino dorme vuol dire che sta bene, e bene stanno anche i genitori quando il bambino dorme. Quindi il bambino deve dormire. Chissà se il senso del dovere, il Super-io, come lo chiamano gli psicoanalisti, non abbia le sue radici proprio qui. Questo senso del dovere farà sì che quando da grandi ci sveglieremo alle quattro del mattino con una sensazione di benessere e di completo riposo, guardando l' orologio saremo presi dall' angoscia di non aver dormito abbastanza, con conseguente stato d' ansia e di agitazione, seguito da mille tentativi inutili di riprendere sonno per soddisfare questo antico dovere. E allora d' estate non dobbiamo tanto dormire quanto recuperare quei segnatempo naturali che sono la luce e il buio, la fame e la sazietà, la stanchezza e la sensazione di riposo, in una parola "gli orologi interni" che durante l' anno abbiamo trascurato a favore di quel segnatempo tecnico, l' orologio, che ci consegna a quel sonno cronometrato nella sua quantità (poco/troppo) e quindi nel suo valore (bene/male), con conseguente gradiente di soddisfazione/insoddisfazione, che è poi la prima fabbrica dell' insonnia. Figlio della Notte, a sua volta nata dal Caos, il Sonno ha per fratelli il Destino, il Dolore, la Vecchiaia, la Discordia, la Vendetta, il Biasimo, il Sogno, la Privazione, la Morte. Già il mito greco aveva individuato in questa bella famiglia le ragioni della nostra insonnia. Ma i problemi non si fermano qui. Il sonno, infatti, è una condizione che, per realizzarsi, richiede assenza di dolore, assenza di fame e di sete, assenza di pericoli, di segnali di allarme come luci, rumori, stimolazioni, in una parola: assenza di mondo. Ma l' assentarsi del mondo mette ansia. Lo vediamo nei bambini dove l' ansia di separazione viene superata inizialmente solo con la presenza della madre, e poi con un rituale di oggetti di transizione, come li chiamano gli psicoanalisti, che sono poi quegli orsacchiotti, quei bambolotti, quei cuscini supplementari che i bambini abbracciano ogni giorno prima di passare nel buio della notte. Da grandi quando i nostri oggetti non sono più gli orsacchiotti, prima di dormire metteremo in atto quei rituali, che passano inosservati perché automatici, che rientrano nelle "cose da fare prima di andare a letto": la porta chiusa, la finestra accostata, il lenzuolo ben teso, il bicchiere d' acqua, il saluto o il bacio della buona notte. Ognuno conosce i propri riti che vanno scrupolosamente seguiti altrimenti non si riesce a prender sonno. Come se il sonno fosse un' abilità: "Siamo riusciti ad addormentarci". Questa abilità ci è riconosciuta fin dalla prima infanzia quando venivamo lodati in pubblico perché di notte "riuscivamo a dormire senza svegliarci". Giocato sul senso del dovere e sull' abilità, il sonno è diventato psicologicamente un' impresa che, quando non riesce, ci fa passare "le notti in bianco". Ma anche le notti in bianco non sono innocenti, e vengono a loro volta usate come un linguaggio per esprimere situazioni e stati d' animo altrimenti inconfessabili. Il sonno assomiglia troppo alla morte e questa parentela agisce a nostra insaputa quando il mondo si fa buio. Il sonno, inoltre porta i sogni che non sono sempre "sogni d' oro". L' augurarlo sottintende che il sogno è un' insidia che può portare a galla tutto quello che faticosamente abbiamo sotterrato. Nel sonno siamo vulnerabili e, fin dai tempi più remoti, il gruppo, prima di accingersi a dormire, nominava una sentinella. Questi depositi culturali si presentano ogni sera, per cui tendiamo a procrastinare l' ora del riposo come si procrastina un compito che non esonera dall' impegno e dal rischio. E poi una notte insonne o un' abitudine all' insonnia hanno pure i loro vantaggi: si può ottenere una gratificazione sessuale o affettiva ("non dormo, proviamo a parlare"), oppure può costituire la giustificazione di un rifiuto ("sono stato sveglio tutta la notte, lasciami dormire"). Tanta intolleranza sessuale o tanta indifferenza reciproca come farebbe a esprimersi senza quelle sfasature del sonno per cui lui alla sera "crolla di sonno", mentre lei alla mattina "non riesce a svegliarsi"? E così quello che sembrava il più semplice atto della vita vegetativa, iscritto nei programmi biologici in gran parte geneticamente determinati, incomincia ad apparirci come un vero e proprio linguaggio carico di significati culturali, denso di motivi psicologici, sottoposto a filtri cognitivi e a regole da osservare, associato a valenze emotive, al controllo della volontà e persino ai giudizi di valore etico, se è vero che il sonno, quando non è censurato perché assimilato alla pigrizia (chi dorme non piglia pesci), è apprezzato come prerogativa del giusto che ha la coscienza pulita e tutte le cose a posto. "Pochi lo sanno - scrive Nietzsche - ma per dormire bisogna avere tutte le virtù. E anche quando si hanno tutte le virtù, bisogna saper fare una cosa: mandare a dormire al momento giusto anche le virtù. Affinchè non bisticcino fra loro, le brave femminucce! E a tue spese, disgraziato! Pace con Dio e con il vicino: così vuole il buon sonno. E pace anche col diavolo del vicino! Altrimenti ti si aggirerà per la casa, di notte". Questo nesso tra sonno e virtù, che la nostra cultura ha sempre celebrato e su cui Nietzsche ironizza, è ciò che i giovani tendenzialmente rigettano con le loro notti estive insonni e il loro rifiuto del giorno. Infatti un capovolgimento così radicale del ritmo veglia/sonno non è solo desiderio di trasgressione o gusto dell' insolito, ma tentativo, anche se un po' sgangherato, di denunciare la non condivisione dei valori che regolano la nostra società fatta di lavoro, denaro, autoaffermazione, in quella catena dove gli anelli si chiudono tra loro senza prospettare un miglior senso della vita che non sia quello di vivere per lavorare, e lavorare per seppellire angoscia. Quindi un buon sonno alla fine si cercava e, a questo scopo, "virtù oppiacee". Beati questi sonnolenti perché anche in vacanza cercheranno di dormire, anzi di dormire di più in quel tempo dove non c' è il lavoro che stanca e propizia il buon sonno di cui c' è tanto bisogno per non confrontarsi con il tempo vuoto che l' estate concede, ma con cui non si ha dimestichezza. Si tratta infatti di un tempo che costringe l' anima a parlare con sé, e a confrontarsi con il più inquietante degli ospiti che ciascuno diventa per se stesso quando la scarsa frequentazione di sé s' è fatta stile di vita. E allora dormiamo, anzi dormiamo di più. D' estate non è il "meritato riposo" che cerchiamo, ma la fuga da noi per non trovarci spaventati di fronte a quella domanda che chiede il senso del nostro abituale e forsennato stile di vita. Il senso non c' è. Ma la domanda che ci interroga ci appare più spaventosa del mancato reperimento di senso. E allora se neppure la virtù oppiacea è più sufficiente a fare il lavor suo, ben venga una pillola a scongiurare l' insonnia e a favorire l' appisolamento sulla nostra esistenza rimasta impensata.

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