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Come imparare a dormire

FONTE: REPUBBLICA.IT

BOLOGNA - I due uomini sono in pigiama, con gli elettrodi già attaccati alle tempie, aspettano che nella camera si faccia buio. Nell' altra stanza gli apparecchi sono pronti a registrare le variazioni dell' elettroencefalogramma che mostreranno le varie fasi del loro sonno, una telecamera li spia all' incerta luce di una lampadina azzurra per registrare nello stesso tempo i loro movimenti. Mi trovo nel centro del sonno della clinica neurologica di Bologna, diretta dal professor Elio Lugaresi. Lugaresi, un bolognese dall' aspetto bonario, è stato il primo che studiando i disturbi del sonno ha messo in evidenza i rischi seri cui va incontro chi russa. I "grandi russatori" hanno degli arresti di respirazione durante il loro russare e la loro pressione arteriosa aumenta nel sonno anzichè diminure, con grave affaticamento per il cuore. Questa scoperta di alcuni anni fa ha reso famoso Lugaresi anche al di fuori degli ambienti scientifici; un risultato negativo di questa popolarità è che ora il professore è bersagliato dalle richieste di insonni. Chiedono di essere curati nel suo centro, che invece è un centro di studi e non di terapia. Ma gli insonni sono di solito persone disperate e particolarmente insistenti. Sono anche in continuo aumento: secondo una indagine fatta dallo stesso istituto bolognese tredici italiani su cento soffrono di disturbi del sonno, ma questa percentuale sale con l' aumentare dell' età: oltre i 40 anni sono insonni il venti per cento degli uomini e il 40 per cento delle donne. "Un aumento dell' insonnia femminile", spiega Lugaresi, "che si giustifica con la burrasca ormonale prodotta dalla menopausa, ma anche con la sindrome da nido vuoto: i figli diventati adulti lasciano la casa e la madre reagisce emotivamente con la perdita del sonno. Dopo i quarant' anni inoltre le donne sono più facilmente preda della depressione, che è un' altra causa molto frequente di insonnia. Gli uomini invece hanno un' impennata nell' insonnia dopo i sessanta, cioè dopo il pensionamento che viene vissuto come una perdita di potere". Anche se non esiste una quantità normativa di sonno in astratto, di solito i bambini dormono molto di più degli adulti, circa sedici ore al giorno, gli adulti dormono invece un terzo della giornata e gli anziani ancora di meno. Ma esistono anche gli insonni bambini: in Italia sono circa il 5 per cento, secondo le stime di Lugaresi. Il dottor Ruther che due anni fa ha organizzato a Monaco un convegno su questo tema ha teorizzato, proprio a partire dalle insonnie infantili, che un certo numero di insonnie croniche negli adulti possano avere la loro origine nell' infanzia, quando i piccoli non ricevono in famiglia una adeguata "cultura del sonno". E' però altrettanto vero che un figlio di insonni ha molte probabilità di diventarlo a sua volta anche se viene allevato in una famiglia diversa: l' eredità genetica ha la sua parte nel complesso e per molti versi ancora misterioso meccanismo dei nostri sonni. Una scena tipica che si svolge nei centri del sonno è questa: due coniugi seduti di fronte al medico, mentre il marito racconta della sua insonnia, la moglie fa degli "a parte" espressivi per significare che non è vero nulla, che in realtà il marito dorme normalmente, semmai con qualche interruzione nel corso della notte. La verità è che non esiste un criterio obiettivo per giudicare l' insonnia: "Ne soffre chiunque non è soddisfatto del proprio sonno", afferma Lugaresi. "C' è chi dorme un numero soddisfacente di ore, ma ha ugualmente la sensazione di rimanere sveglio la maggior parte della notte. Non è un vero insonne, ma appartiene alla categoria dei "cattivi dormitori" che raggiungono con difficoltà lo stadio del sonno profondo, si svegliano frequentemente e continuano a mantenere durante il sonno una attività di pensiero più forte del normale". Con questi soggetti la difficoltà per il medico è convincerli che non hanno bisogno di sonniferi: un compito arduo poichè in realtà nessuno accetta facilmente di rinunciare alle sue otto ore di sonno ininterrotto. "Si può convivere con la propria insonnia e anzi trarne dei vantaggi, se la si accetta" afferma Lugaresi. Il sonnifero, cui l' insonne tende con ingordigia, viene prescritto dal professore con cautela, "senza demonizzarlo" ma solo in determinati casi. "Va bene nelle forme incipienti e transitorie di insonnia, quando la persona ha difficoltà ad addormentarsi la sera. Ma bisogna usarlo per periodi limitati per evitare che si crei una dipendenza psicologica e fisiologica che a lungo andare richiede dosi sempre più forti". I medici conoscono bene, e hanno imparato a temerle, le insonnie dovute ad assuefazione da sonnifero. "Sono le più difficili da debellare" spiega a Roma Mario Bertini, vicepresidente della società di psicologia "perchè sono legate a un circolo vizioso da cui il paziente non riesce a uscire". L' insonnia può avere una causa organica, come il mioclono notturno, o malattia delle gambe senza riposo, ma più spesso è di origine psicologica. Gli studiosi non si sorprendono se spesso gli insonni si addormentano con facilità nelle stanzette dei centri del sonno, cioè in un ambiente diverso da quello consueto. "Ci sono persone condizionate negativamente al loro letto, che viene visto come fonte di tormento", spiega Bertini. Nei casi più gravi l' insonnia può essere il sintomo rivelatore di una nevrosi o di una psicosi depressiva. Così come il fatto di non riuscire ad addormentarsi può essere legato a un' alterazione del ritmo biologico. "Ci sono persone", dice Bertini, "che hanno una disponibilità a dormire in ore diverse da quelle imposte dalle abitudini sociali. In questi casi si pratica la cronoterapia: l' orario del sonno viene posticipato ogni giorno di un' ora in modo di fare tutto il giro del quadrante e portare il paziente a dormire nell' orario voluto". L' importanza dei ritmi circadiani, quell' orologio che regola dal di dentro le nostre funzioni fisiologiche, sul sonno, è stata provata in molti esperimenti: persone private del sonno mostrano un picco di stanchezza e di difficoltà a concentrarsi nell' ora in cui abitualmente si addormentano. Quando quel momento è passato si riprendono e stanno meglio. La temperatura corporea segue gli stessi ritmi che però non sono uguali per tutti: raggiunge la soglia massima a metà mattina per i mattinieri, che a quell' ora danno il meglio di sè, mentre sale alla sera per i "tira tardi" che la notte non andrebbero mai a dormire. Si deve quindi ai ritmi circadiani se siamo "allodole" o "gufi" e se alcune persone non riescono ad abituarsi agli orari notturni imposti da certi lavori mentre altri ci si trovano perfettamente a proprio agio. La fisiologia del sonno, come tutto ciò che riguarda questo fenomeno, è complessa e non ancora del tutto nota. Contrariamente a quanto si credeva una volta non esiste un "centro del sonno" nel nostro cervello. "Le strutture implicate nel sonno e nella veglia", afferma Lugaresi, "sono disperse per tutto il sistema nervoso centrale e risentono di tutto quello che accade in periferia. In particolare presiedono al meccanismo sonno-veglia le strutture nervose grigie dell' ipotalamo e del tronco dell' encefalo". Partend dalla chimica del sonno le ricerche più recenti hanno cercato di individuare la sostanza prodotta dall' organismo che induce al sonno. E nel 1977 per la prima volta in Svizzera è stata isolata una molecola denominata Dsip (Delta sleep inducing peptide) che, iniettata in un animale sveglio, lo addormenta in una ventina di minuti. Questo peptide viene oggi impiegato nelle cure dei distrubi del sonno nei malati psichiatrici. Non siamo ancora al sonnifero naturale, quello che provocherebbe una vera rivoluzione nel campo della terapia dell' insonnia, anche se dai vecchi barbiturici molta strada è stata percorsa. Fra gli effetti negativi di questi ultimi c' era il cosiddetto "effetto di rimbalzo". I barbiturici (oggi largamente soppiantati dalle benzodiazepine) avevano la particolarità di inibire la fase del sonno Rem in cui si svolgono i sogni, ma appena smessa la somministrazione del farmaco i sogni diventavano più vividi e aggressivi, dei veri incubi che spingevano il paziente a tornare al sonnifero. Per lungo tempo si è anche pensato che un sonno senza sogni potesse portare alla follia, finchè si è visto al contrario che proprio per questo loro potere inibente certi farmaci antidepressivi possono essere utili nel trattamento delle nevrosi. Il sogno apre un altro capitolo denso di interrogativi, appare come un crocevia dove si incontrano lo studio del corpo e quello dell' anima e la biologia può servire da supporto alla psicoanalisi. "Nell' uomo sono sempre presenti due modalità di pensiero" spiega Bertini "in continua interazione durante le 24 ore. Il pensiero A di tipo razionale e analitico e il pensiero B di tipo globale-onirico. Nella fase del sogno Rem prevale la modalità B, ma il pensiero razionale non scompare del tutto, viceversa durante la veglia. Ogni modalità sembrerebbe corrispondere ad uno dei due emisferi cerebrali: il destro, più attivo nel sonno Rem, darebbe vita al pensiero onirico, il sinistro, che presiede anche al linguaggio, a quello analitico. Agli inizi della vita", continua Bertini "i sistemi del sonno e della veglia si presentano come fusi in una matrice unica in cui il primo prevale ampiamente sul secondo, mentre il corso dello sviluppo porterà ad un processo di separazione e di differenziazione il cui esito finale può comportare significative differenze individuali". Ma in questo gran tempo dedicato al sonno il bambino compirebbe operazioni essenziali a sè e alla specie umana. E' infatti nel sonno Rem che, secondo le più recenti ricerche di psicofisiologia, il programma genetico determinato dal codice della specie viene ristrutturato e modificato secondo gli impulsi trasmessi dall' ambiente, dando luogo a quell' adattamento psicologico e comportamentale che contraddistingue i mammiferi superiori e in particolare l' uomo. Questa operazione di aggiustamento e sintesi interna coinvolgerebbe i processi dell' apprendimento, della memoria, della creatività, sarebbe il meccanismo che garantisce la continuità della specie e dell' individuo in un continuo progresso. Ma questa ipotesi affascinante per ora rimane un' ipotesi. "E' solo attraverso l' elaborazione che ne fa il nostro emisfero razionale che noi possiamo conoscere e ricordare i sogni nati nella parte sinistra del nostro cervello". Dice Bertini. "In altre parole, quello che succede nella radice sorgiva dei nostri sogni è inconoscibile". Per un' altra via, la via della biologia, siamo arrivati così all' incoscio, il grande buco nero dentro di noi.

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